lunedì 27 marzo 2017

LA PIZZA ROMANA IN TEGLIA NON E' BUONA!




La pizza romana in teglia non è buona! Qualcuno doveva prendersi la responsabilità di dirlo forte e chiaro, e quel qualcuno sono io! Non è "scriocchiarella", è dura, è grecca, ti tira via i denti e la salva solo la cornucopia di ingredienti peccaminosi che ci ficcano sopra! Viva la focaccia genovese, viva la pizza al padellino di Torino, abbasso la pizza romana in teglia! E basta!

E  se anche voi siete stanchi di sentirvi cantare in tutte le lingue che la pizza romana in teglia è una pizza "gourmet",  fate sentire il vostro grido forte e chiaro: noi, la focaccia genovese non la tradiremo mai!  
Lei non ha bisogno di badilate di ingredienti buttati sopra alla cz, non ha bisogno di una  betoniera in bocca per essere masticata. Con il suo bel lievito di birra, sta lì, semplice, morbida, con il suoi begli occhi bianchi di olio e acqua, nuda cruda e zingarella, senza nemmeno il lievito madre (e per fortuna). Ribelliamoci alla dittatura di questa parvenu dura e altera. Uniti, ce la faremo! Avanti, focaccia!


venerdì 24 marzo 2017

LA PIZZA AL PADELLINO DI TORINO NON TEME RIVALI!








Torino è cambiata.
Bene, direte voi, e a noi...? 
Ma soprattutto, cosa c'entra questo con la pizza al padellino? Ma, ancora più importante...cosa diavolo è la pizza al padellino???
E qui mi riallaccio a Torino. 
A Torino che è cambiata. In peggio -  secondo me, in tema di pizze -  sin  dagli  anni '70, dall'avvento, cioè, del'usurpatrice, della pizza al mattone, meglio conosciuta come 'la napoletana'
Per i più, ai giorni nostri, la napoletana è ormai la pizza per antonomasia, l'unica, verace, insostituibile e inconfondibile.
Ma non è sempre stato così. 
O meglio, non è sempre stato così a Torino.
Fino all'inizio degli anni '70, quando io ero ancora  "fanciullina",  la pizza al mattone a Torino manco si sapeva che cosa fosse. Nè la pizza nè il mattone. C'era solo la pizza. Al padellino, naturalmente. O al tegamino, come dir si voglia.
Non c'erano mega pizzerie come ora, anzi, non c'erano nemmeno tantissime pizzerie, e la pizza (al padellino) si comprava -  e il più delle volte si portava a casa -  in piccole pizzerie che oggi potrebbero somigliare a delle rosticcerie,  semplici, senza pretese, alla buona, dove si preparavano solo pizze al padellino e farinata. 
E a Torino l'abbinata è ancora così: dove c'è la pizza al padellino, fanno anche la farinata. Dove fanno la pizza al mattone, no (meno cento punti già solo per questo).
Ma veniamo al dunque:  che cos'è, allora,  'sta pizza al padellino, anzi,  che cosa NON è. 
NON E' una pizza al taglio di forma rotonda in teglia singola altrettanto rotonda. Non è menchemeno una pizza tipo fornaiobarrapanettiere ma calda. E'..la pizza! 
Alta, soffice, con un diametro che non supera mai i venti, venticinque centimetri, cosparsa di generoso formaggio, penosa ma nello stesso tempo pizzosa.
Cotta in umilissimi forni spesso elettrici e non a legna (sì e sì!), non preparata al momento ma solo cotta al momento, prelevata, insieme a tutto il padellino, solamente al momento di cuocerla. 
Ricordo con vero affetto come ce la davano da portar via, a me e mia nonna, piegata in due (ebbene sì!), in quella carta bianca oleata da dove sprigionava un odore, un profumo di formaggio colante, mentre mia nonna si lamentava che da 450 lire era passata a 500 ed era una vergogna!
E' lei, la mia pizza, mia e di tutti  noi vecchi ragazzi torinesi. 
E così è stato appunto fino  ai primi anni '70, quando cominciarono a venire fuori le pizzerie con pizza al mattone: larga, una padellata di pizza, sottile, che più sottile è meglio è, dura, coriacea, che se non la mangi entro 10 minuti diventa una suola da scarpe (tranne rare eccezioni), importata nientepopodimeno che  dalla patria della pizza, alias Napoli. 
E come poteva una umile pizza al padellino, senza natali blasonati, sopravvivere a cotanta nobilitate? 
Fatto sta che, piano piano, le vecchie pizzerie al padellino, scomparvero, sparirono, si estinsero, come gli australopitechi. 
Divennero poche e impaurite, quasi vergognose di esistere,  e noi, nostalgici della vecchia pizza al padellino e mai ricredutici, diventammo tutti pezzi da museo, trogloditi che la pizza manco sanno dove sta di casa e che con le papille gustative degne di uno struzzo;  dei paria, soli, meschini e abbandonati, come la pizza al padellino. 
Ma Torino è cambiata.
In seguito alle
In seguito alle olimpiadi della neve del 2006, Torino va. Vende. Arrivano turisti. Mangiano bagna caoda (leggi bagna cauda). Bolliti misti. Bagnetto verde. E...toh, guarda, c'è una nuova pizzeria al padellino..toh, un'altra... ma che è, tutte 'ste pizze al padellino, ma chi è, 'sta pizza al padellino??
E' un prodotto di Torino, della Torino turistica, e vende, e quindi ben venga il turismo. E lunga vita alla pizza al padellino.

E  per fortuna, ancora sopravvivono a Torino alcune pizzerie storiche come il "Cit ma bon" (leggi Cit ma Bun, Piccolo ma buono) in Corso Casale, o come Michele in piazza Vittorio, come Cecchi, come Dessì, Miky e qualche altro intrepido. E assieme alle vecchie pizzerie, ci sono quelle nuove, una per tutte Il Padellino di Corso Vinzaglio, e tante altre che stanno a testimoniare che la pizza al padellino, con il suo cuore morbido, con la sua crosta bruciacchiata, con il suo ripieno abbondante non ha nulla da invidiare a pizze napoletane, romane o  liguri. La pizza al padellino di Torino è unica.  E non teme rivali!

(Testi da  un mio vecchio post di alcuni anni fa; foto pizza de Il Padellino)






IKEA, IL NUOVO SPOT E E LA SMANIA DI FOTOGRAFARE IL CIBO





Siamo nel 1700, a occhio e croce.
Nella lussuosa sala da pranzo di un’aristocratica dimora, alcuni servitori in  parrucca e livrea portano le  portate del pranzo ai commensali. 
Una bambina prende una mela, cercando di portarsela alla bocca, ma il padre la blocca all’istante: prima il pasto deve essere “fotografato”, ma con i metodi del tempo, in cui telefoni e macchine fotografiche digitali erano ancora ben al di là da venire. Entra quindi in sala un trafelato pittore, che a tempo di record immortala le sontuose portate.
I commensali, costituiti dalla famiglia del signorotto, intanto son lì che aspettano rassegnati di poter pranzare. Ma dovranno ancora aspettare parecchio:  una volta terminato il quadro, infatti, inizia la parte più importante del rito: occorre condividere, occorre che tutti vedano la maestria con cui è stato preparato il cibo e l’abilità tecnica del fotografo di turno, vale a dire il pittore,  per soddisfare la vanagloria del padrone di casa con consensi e approvazione, vale a dire con gli omologhi degli attuali like e faccine sorridenti.
Già, ma nel ‘700 Facebook non c’era ancora, Mark Zuckerberg era ancora lì a giocare a Super Mario in un’altra dimensione e manco Instagram bazzicava per quei remoti lidi. E allora, come si fa? Semplice: gli affannati servitori si premurano di prendere il quadro e  caricarlo lesti lesti in carrozza, per  sottoporlo alla più vasta porzione di popolazione raggiungibile e ottenere l’agognato like. Il quadro viene quindi  portato in visione a varie categorie umane: coppie di amanti, duellanti, famiglie,  carcerati, tutti richiesti di visionare la tela e commentare a suon di pollici. Finalmente, raccolta una discreta quantità di like, il quadro torna a casa,  e i commensali possono finalmente iniziare il loro pasto. Di colpo, la scena cambia e viene portata avanti fino ai giorni nostri, con un padre intento a fotografare un pollo arrosto mentre la famiglia è lì che aspetta di poter pranzare. Ma questa volta,  al primo sbuffo di noia della figlia, il padre molla il  telefono e si inizia a pranzare tranquilli e beati, senza smania di foto e condivisioni. Take it easy, non è una gara, è un pasto! Firmato Ikea.
E’ questo infatti uno degli spot, realizzato qualche mese fa, tra i più riusciti del colosso svedese del mobile, e bisogna ammettere che mai  ritratto delle nuove manie che si stanno ormai impossessando del nostro buon senso è stato più azzeccato:  la nostra pulsione irrefrenabile a fotografare e postare cibo -  che sia cucinato da noi ma  anche solo più semplicemente consumato da noi,  ma preparato invece dalle più abili mani di un cuoco professionista nella cucina di un ristorante – sta ormai assumendo i contorni del ridicolo e del grottesco: non esisto se non   posto un piatto di patate arrosto, non sono nessuno se non ho nel mio  personale carniere di Instagram almeno una preda composta da un selfie con  qualche Massari o Bottura di turno, sono praticamente un paria degno di dispregio se non conosco a menadito l’agiografia di Carlo Cracco nonché il numero di stelle che ha raccattato ogni singolo chef sparso per il globo.
Solo qualche melenso retrogrado continua imperterrito a postare foto di tramonti e selfie con vallette e calciatori, categorie umane desuete, superate e consegnate al triste destino dell’oblio e della banalità: finiti i tempi in cui la foto con Totti era un trofeo da incorniciare, finiti i tempi in cui lo scatto con Jennifer Lopez era considerato al pari di una reliquia di Don Bosco. Ma soprattutto finiti i tempi in cui, arrivata la portata, ci si accingeva con  l’acquolina in bocca a gustarne il delicato sapore. Ora,  la portata che arriva non fa più venire l’acquolina in bocca a nessuno, a nessuno, se non a Enrico Crippa ,  importa più minimamente se il piatto cucinato con tanta cura  diventa freddo e perde la sua poesia. Anzi, molte volte, nelle cucine casalinghe, il piatto è stato cucinato apposta per essere fotografato, postato, condiviso, mica per essere assaporato. Ovvio quindi che importi di più che sia bello, piuttosto che sia buono. Tanto, anche se non è buono, su Instagram mica si vede…
E per vedere il video, cliccate qui

Crediti immagini: Ikea

del

domenica 19 marzo 2017

VIRGINIA RAGGI E IL COMPLOTTO DEL PRANZO NON PAGATO



Se n’è andata senza pagare il pasto, come uno scroccone qualsiasi.
No,  non è vero, ha consumato solo un bicchier d’acqua.  Del rubinetto, oltretutto, tanto l’azienda municipale in fondo è sua.
No, invece, s’è sbafata anche una caponata, anzi, la prima l’ha pure rimandata indietro perché diceva che era fredda.
Avrete tutti capito che parliamo di lei, Virginia Raggi,  il sindaco   no, non riuscirò mai a dirlo al femminile –  di Roma al centro in questi giorni di un complotto  intricatissimo che manco il  famigerato piano Kalergi riesce a  eguagliare.
E la questione stavolta è davvero spinosa: altro che le oscure trame degli  abbandonatori  notturni di frigoriferi indifesi vicino ai cassonetti  della spazzatura, messi lì ad arte per infangare il buon nome della novella amministrazione pentastellata, altro che polizze assicurative stipulate a sua insaputa, altro che cerchi magici e collaboratori di dubbia fama: qui  si tratta  di cibo, di ciccia, di trippa vera! 
Si tratterebbe infatti, stando alle cronache, di pasti regolarmente consumati  -  e mai pagati -  da Virginia Raggi, sindaco romano pentastellato,  e da un suo accompagnatore.
Questo è almeno ciò che sostiene Nicola Delfino,  titolare del locale romano “Benito al ghetto” e che è stato recentemente omaggiato di una visita  del sindaco  pentastellato. 
 Visita gradita e inaspettata, tanto che il trepidante cuoco  si sarebbe recato al tavolo del sindaco esordendo con un caloroso  “è stato un piacere averla qui!”. Affermazione che pare sia stata erroneamente  intesa dal  prestigioso ospite e  accompagnatore come  un chiaro invito a non passare dalla cassa e a godersi la cena bellamente offerta dalla casa: d’altronde,  ache pro diventare sindaco di Roma se non si viene manco omaggiati di una coda alla vaccinara o di  abbacchio al forno?
Ma la cena in omaggio,  in realtà,  non era affatto nelle intenzioni dell’oste, il quale, ora, reclama ai quattro  venti il guiderdone negato, o dimenticato, mentre Raggi  - ma va? - grida  nuovamente al complotto, cavallo di battaglia  sempreverde dei cinquestelle.
Per il sindaco, infatti, tutta la storia sarebbe soltanto una montatura, una bufala,  messa su ad arte per screditare lei e i suoi;  così scrive infatti Raggi sulla sua pagina Facebook ,  precisando in un lungo post che nel giorno del fattaccio  aveva “già cenato”, e ovviamente non aveva cenato una seconda volta al ristorante. Precisa inoltre, la povera sindaca,   di essersi  recata  nel locale in questione  solo ed esclusivamente per incontrare degli amici, consumando soltanto un bicchiere di morigeratissima acqua del rubinetto – notoriamente offerta gratuitamente in ogni locale - così come usa fare  anche il suo personale Gianni Boncompagni, al secolo Beppe Grillo, che è uso, nei ristoranti e negli hotel in cui si reca, abbeverarsi esclusivamente alla fonte  dell’acquedotto municipale,  a dimostrazione della morigeratezza dei costumi sua e dei suoi fedeli.
Tutto chiarito, dunque?
Macchè:  né l’oste, né Umberto Birindani, direttore di Oggi, che ha pubblicato la notizia, ci stanno, e rincarano la dose su Dagospia: il sindaco, precisa Birindani,  si sarebbe recato nel locale in ottobre con un accompagnatore, e non per incontrare degli amici dopo cena ma per consumare un pasto regolare, una “colazione completa”; anzi, ricorda il titolare, calzava delle ballerine e avrebbe pure rimandando indietro una caponata a suo dire troppo fredda.  E  trascurando la noiosa incombenza di passar dalla cassa per pagare quanto consumato.
E il particolare del bicchier d’acqua del rubinetto, e la storia dell’incontro con gli amici dopo cena?
“Evidentemente la sindaca ricorda un'altra occasione in cui non ha pagato – continua Birindani -Facile confondersi, se capita spesso".
E quindi, ora, come la mettiamo?  Chi avrà ragione, chi avrà torto? Il sindaco integerrimo o l’esoso ristoratore?

“Pronto, Beppe, pronto? Ahò, ce stai? Pronto, Beppe… Che ddevo dì, che ddevo fà? Pronto, Beppe…”

Immagini: Oggi. Crediti: Il Giornale, Dagospia

sabato 18 marzo 2017

PANE VECCHIO






Ore nove del mattino. 
Sono già in ritardo per il lavoro. Schiaffo la macchina in tripla fila,  metto le regolari quattro frecce, balzo come un felino (…) giù dalla macchina e mi fiondo nella prima panetteria che mi capita. Tanto, in genere, il pane è tutto uguale, anche quello in panetteria: friabile, cartonoso, molle e con una vago retrogusto di finocchio, di anice –che siano i famigerati “miglioratori”? –quindi una vale l’altra.
Questa, poi, la conosco già: è senza infamia e senza lode, ci sono capitata già altre volte e ho trovato il solito pane e la solita pizza mediocri.
Però oggi la focaccia ha un aspetto diverso.   Più soffice, più ricco, con le parti belle unte di olio,  come piace a me, bianca e meno cotta dove acqua e olio sono stati più abbondanti. E anche il panettiere  è nuovo:  è un ragazzo giovane, avrà nemmeno trent’anni.  Ed è  anche simpatico, disponibile e disposto alla chiacchiera senza essere pesante: “se le piace più unta, di olio gliene metto quanto vuole”, mi dice. Mi sembra un buon esordio.
E poi vedo anche delle belle biovette.  Colorite il giusto, né troppo cottè né troppo chiare, mi fanno l’occhiolino dalla vetrina. “Mi dia anche due biovette, per favore”.
E poi mi azzardo a chiedere,  presagendo già la risposta: “Avete anche della pasta dura?”
“No, pasta dura non la faccio”.
E visto che il tipo è simpatico e socievole mi appresto a chiedere di svelarmi il segreto della pasta dura: “Ma perché in tutta Torino è quasi impossibile trovare della pasta dura?”
“Mah, non la mangia più nessuno, non la chiedono, non piace molto. Nemmeno a me piace..”
E nemmeno a me, in effetti: troppo secca, troppo asciutta, troppo friabile, troppo….dura! Ma a mio figlio,  a Gabriele, sì, quindi sono sempre alla ricerca di nuove panetterie che la vendano, per avere dei punti di riferimento.
Peccato che poi il simpatico panettiere aggiunga: “La pasta dura la mangiano a Ferrara, ma qui…la mangiano solo più gli anziani, i vecchi… è una pane da vecchi”.   Ah, grazie!  Che bel buongiorno!
E poi, non pago, aggiunge pure, sempre sorridendo: “E in effetti, anche le biove sono un pane da vecchi…le faceva nemmeno mio padre, le faceva mio nonno!”
Carino lui!
Prendo la mia focaccia, le mie biove, pago e risalgo in macchina.
Con il mio pane vecchio. O meglio, da vecchi.
Il tempo passa per tutti.  
E tutto ce lo ricorda, persino il pane che prediligiamo: inutile mettersi jeans e cuffiette, tutto potrà tradire i nostri lustri: pure un’innocente, calda, fragrante biovetta. 
O anche una pasta dura.




Foto: La confraternita della pizza, Taccuini storici

domenica 12 marzo 2017

SONIA BRUGANELLI, I TRENTA EURO E L'AREO PRIVATO. POTENDO, PERCHE' NO?




Prima, la scorsa estate,  posta uno scatto di tutta l'allegra famigliola – mamma, papà, tre figli e regolare amico di famiglia al seguito – beatamente assisi sui sedili di un aereo privato noleggiato per recarsi in vacanza a Formentera  - mica a Finale Ligure, -  al grido  non solo di “bando agli iprocriti” ma soprattutto del più sincero e lineare “potendo permetterselo, perché no?”
Poi, non paga, a distanza di un nemmeno un anno ci ricasca, e posta di sua mano un video su Instagram  mentre è di fronte a un bancomat,  a Cortina d’Ampezzo, naturalmente,   perché nelle –peraltro stupende  -  valli di Lanzo ci vai tu, dove in risposta a un amico che la esorta a prelevare solo trenta euro, l’accorta massaia risponde giustamente con un “e che ci faccio con trenta euro?”,  dimostrando un indisctubile senso pratico.
Infine, pochi giorni fa, in un perseverare diabolico che veramente ci fa domandare se ci è o ci fa, posta un video della nobil prole, intenta a sciare sulle nevi, ovviamente di Cortina,scatenando l’invidia di chi Cortina e Formentera se le può permettere ben più raramente, dovendosi accontentare del più popolare mare di  Diano Marina  o delle più ordinarie nevi delle sopracitate valli di Lanzo o, al limite, della Val di Susa. Scatenando ancora una volta l’invidia di stuoli di rosiconi che le chiedono “ma i tuoi figli li mandi mai a  scuola?" cui segue la beffarda  risposta: “no, firmano con una X”.
Lei, l'avrete riconosciuta,  è Sonia Bruganelli, moglie del popolarissimo  conduttore televisivo Paolo Bonolis, che dall’estate scorsa si scatena su web e social postando graziosi attimi di vita familiare che hanno però purtroppo tutti lo stesso tenore o lo stesso olezzo. Quello dell’ostentazione cafona. Attenzione, non quello della ricchezza, del benessere raggiunto, del godersi i meritati,  legali e regolarmente tassati guadagni che derivano da una professione – quella del conduttore televisivo esercitata dal consorte -  che, per quanto privilegiata, riviste comunque i connotati di un vero e proprio mestiere, no. E' il sentore della spocchia e della boria di chi si autocompiace della propria fortunata condizione, dimenticandosi delle ben diverse condizioni in cui si arrabatta la maggior parte dei propri simili.
Questo è quello che si rinfaccia alla gentil signora, l'ostentazione becera, pacchiana,  e non la posizione agiata e privilegiata: ben pochi infatti, al contrario di quanto afferma Bruganelli nei suoi post, sono  ancora così triviali e forcaioli  da dare addosso a chi, per merito o per fortuna, dispone di risorse maggiori delle proprie o di un’occupazione cui molti di noi aspirerebbero, pur non avendo le doti  e le abilità indiscusse del noto marito. 
Quello che dà  invece fastidio, in questi video, in queste scenette di vita dorata ostentata, è la manifestazione del lusso, del benessere, di una condizione  di privilegio che mi permette di poter noleggiare un areo per andare a Formentera o di considerare  praticamente  nulla una somma – trenta euro – che per alcuni invece può essere importante. Se Maria Antonietta avesse mai veramente pronunciato la fatidica frase che le viene attribuita e che suona “Il popolo non ha pane? Che mangino croissants!”, la Bruganelli, nella sua inattaccabile quanto miserrima logica,  ne sarebbe la novella interprete. 
Dimenticando che il non ostentare la propria condizione privilegiata in un Peaese dove il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 40% e dove molte persone, tra cui molti anziani  dopo una vita di regolare lavoro,   non riescono ad arrivare a fine mese, né  tantomeno a farsi un giorno di vacanza nemmeno a Milano Marittima non è ipocrisia: è semplicemente rispetto.
A volte, sarebbe bene  tenerne conto.
Potendo, perchè no? 



foto: Torino Today

giovedì 16 febbraio 2017

ODE A ERMAL META






Era parecchio tempo che non seguivo Sanremo.
Frequentazioni musicali diverse, unite  forse ad un sano spirito snobistico che aveva contagiato anche la sottoscritta, mi avevano portato ad anni di astinenza dal Festival della canzone italiana.
Poi, quest'anno, edizione 2017, per una serie di cause, l'ho rivisto, assieme a Gabriele, che con i suoi tredici anni ha seguito la "kermesse" con piacere ed entusiasmo. E io ero lì con lui, davanti alla Tv.
E se devo ammettere che se comunque il mio entusiasmo è stato  minore di quello del  mio giovane pargolo,  ho avuto anche  alcune belle sorprese. No, non è stato il fare malmostoso della conduttrice che ora va via come il pane. Non è stata la profonda filosofia (...) del tormentone  - perchè così sarà -che ha vinto la competizione, né la solita, trita canzone della  Mannoia, brava sì, bravissima,  straordinaria interprete  ma basta per favore,  questo pezzo l'abbiamo già sentito tante volte, sempre lo stesso e sempre recitato nella stessa maniera.
No, non sono state queste le sorprese che mi hanno riappacificato con Sanremo, quindi no, ma il bel brano di Marco Masini e  poi, soprattutto lui, Ermal Meta.
Sconosciuto a me, prima della manifestazone, ma è bastato che intonasse le prime note della canzone di Modugno - non avevo sentito prima il suo pezzo, quello che è arrivato terzo nella gara - a farmi strabuzzare gli occhi.
Ecco, ora sì che c'è qualcosa di diverso, nell'aria.
C'è un ragazzo di origini albanesi che senza scimmie, senza filosofia da bar sport e richiami a dottrine orientale ormai appannaggio anche dei dodicenni, ha interpretato un brano di Domenico Modugno senza né stravolgerle ma sopratutto senza nemmeno ripeterlo paro paro. E senza soprattuto aver timore nello scegliere un brano così lontano dai trend attuali, da quanto oggi va per la maggiore. Diciamolo: un brano di cui, molti dei giovani di Sanremo, avrebbe forse avuto vergogna di scegliere o interpretare.
Ermal Meta,  invece, quando l'ho sentito iniziare con "Sole alla valle, sole alla collina", parole iniziali di "Amara terra mia" -  pezzo che conoscevo ben sin da piccola grazie a mio padre -  mi ha fatto strabuzzare gli occhi. Una voce intensa, una partecipazione profonda ma senza retorica, e infine la singolare, azzeccatissime idea del falsetto finale.
E non ho cambiato idea nemmeno quando ho ascoltato il suo brano, arriva al terzo posto, "Vietato morire". Un tema  profondo, inquietante ma cantato con leggerezza, senza retorica o senza interpretazioni eccessive o scenografiche.
La stessa interpretazione che lo ha visto ieri sera protagonista di un incontro alla Feltrinelli di  Porta Nuova, qui a Torino.
Siamo arrivati, io e Gabriele, nella piccola sala già gremita all'inverosimile, quasi tutti ragazzi giovani. E alle sei e mezza spaccate è arrivato lui, puntualissimo, tranquillo, sorridente, senza alcun atteggiamento o posa da divo. Ha preso la sua chitarra, ha scherzato con i ragazzi presenti e ci ha regalato quattro canzoni, al posto delle due previste - l'evento infatti non era un concerto, ma un incontro con i "fans" accompagnato da un intermezzo musicale. 
Sempre sorridente, tranquillo, Meta sprigionava un'energia tranquilla e vicina, come se fosse uno di noi, un ragazzo come un altro che imbracciava una chitarra tra amici. E che, così con leggerezza, vince il premio della critica a Saremo, arrivando anche terzo.
Finita la magia, si  è messo tranquillamente, sempre sorridente e disponibile, a firmare autografi. Per almeno trecento persone, tutte stipate per la strada e fuori dalla libreria per vederlo cantare. Noi, io e Gabriele, abbiamo avuto la fortuna, procurataci dalla sedia a rotelle di Gabriele, di essere i primi ad aver avuto l'autografo. Ma non è stato solo un autografo: è stato un abbraccio, un sorriso, un divertente scambio di battute, un paio di selfie assieme, un autografo con scritto " A Gabriele, il campione", con disegnato anche un cuore e un piccolo pentagramma con due note musicali. 
Gesti piccoli, certo, ma che fanno la differenza tra una "star"  che firma autografi per contratto e un ragazzo di talento che sentiamo così vicino.  E  che si sente vicino agli altri.  E  questo, la gente lo capisce.
Grazie Ermal, per le tue canzoni. Ma anche per essere così come sei.