giovedì 31 maggio 2018

INDIGNARSI A CASACCIO PER LA PANNA MULTATA - una storia tutta italiana





Ha fatto scalpore la storia del povero gelataio torinese, Cristian Ciacci, titolare dell'omonima e rinomata gelateria qui a Torino, che è stato multato dalla GuardiA di Finanza per avere omaggiato un paio di suoi clienti di un po' di panna montata. Valore della panna regalata, 50 centesimi, importo della sanzione per non avere battuto sullo scontrino i famigerati 50 cents, 516 euro.
Scandalo e vergogna, hanno cominciato a scaldarsi i social dopo che il buon gelatiere aveva riportato il fatto sulla sua pagina Facebook, a cui si sono uniti unanimi i giornalisti di Radio24, di cui stamattina Ciacci era ospite, tra cui Alessandro Milan, che ha addirittura lanciato una colletta online per il gelataio torinese, anzi, il gelatiere, come ha prontamente puntualizzato Ciacci.
Onta e vergogna, quindi, per i biechi finanzieri che hanno osato sanzionare un atto così nobile come l'omaggio di 50 centesimi di panna montata, mentre qui evadono l'ira di Dio di roba, a pagare sono sempre e soliti gli onesti e i poveracci e governo ladro e blablabla.
Ma è davvero così? Davvero sono così netti i  confini tra il buono, il gelataio, oops, il gelatiere, e i cattivi, gli agenti della Guardia di Finanza?
Forse è meglio chiarire un po' le idee.
Perchè i "finanzieri" hanno proceduto con un atto così vile? I due clienti avevano appena pagato 4 euro per i loro due gelati da asporto, e su di uno il buon Ciacci aveva messo un po' di panna, che  qui a Torino si paga a parte, 50 centesimi. Ma i 50 cents non sono stati  segnati sullo scontrino: lo scontrino battuto è stato di soli 4 euro, e non 4 euro e cinquanta. E da qui, la sanzione, applicata da due agenti della Guardia di Finanza che hanno intercettato i due maeschinelli ancora con il corpo del reato, o meglio con la panna non battuta, solo loro gelato. E giù di verbale.
Ma perchè essere così biechi e meschini? Perchè mortificare un atto così generoso e sanzionare un gesto così nobile e disinteressato e oltretutto a basso  prezzo?
Semplice, perchè c'è un meccanismo, una imposta indiretta chiamata IVA che funziona in questo modo: sulla panna acquistata, il nostro buon gelataio, pardon, gelatiere, si è detratto regolarmente l’IVA, cioè in soldoni non ha pagato l'imposta, come correttamente previsto da normativa. 
Ma l’IVA che lo stato non percepisce sugli acquisti la recupera sulle vendite come IVA a debito. Vale a dire che nel momento in cui venderò la panna acquistata, dovrò pagare l’IVA all’Erario, imposta che mi è stata versata dal cliente insieme ai suoi 50 centesimi di panna.
Che cosa succede se però quella panna non risulta venduta, perchè io non l'ho battuta sullo scontrino? Semplice: lo Stato non potrà più incassare nulla, e io ho fidelizzato il mio cliente non solo facendogli omaggio della mia panna, ma anche di soldi non miei, soldi dello Stato, quelli relativi alla panna non battuta. In pratica, mi sono fatto bello con le piume del pavone.
Per questo la normativa esige che se io, nella mia grande magnanimità  voglio omaggiare un cliente di un po’ di panna, quella panna io la debba segnare sullo scontrino facendola risultare come una vendita, pagando quindi di tasca mia l’imposta non versata dal consumatore finale.  
Insomma, se proprio vuoi fare lo splendido e esibirti in regalie a destra e a sinistra, fallo pure, ma fallo coi soldi tuoi e non con quelli dell’Erario: versa tu l’imposta per conto del cliente omaggiato. Questa è  la ratio della norma, che non è così bieca o campata per aria: cosa succederebbe se tutti i gelatai/tieri offrissero la panna a tutti i loro clienti,o se un negoziante dimenticasse di battere sullo scontrino un omaggio di un motore per auto? L’imposta evasa sarebbe ben maggiore dei pochi centesimi relativi a 50 cent di panna, e soprattutto, se tutti omaggiassero a piene mani senza battere l'omaggio sullo scontrino, l’Erario non vedrebbe il becco di un quattrino o quasi.
Per questo esiste la norma. Per questo va rispettata.
Cosa che invece il generoso gelatiere barricadero, come dichiarato fieramente al Messaggero, non ha nessuna intenzione di fare: cioè, continuerà a offrire panna a destra e a manca, ma "non lo riporterò sullo scontrino, perché mi sembra assurdo"
Assurdo? 
Assurdo versare un'imposta dovuta?
In realtà, pare più assurdo fare i precisi e i rigorosi ai microfono di una delle più seguite emittenti radiofoniche nazionali quando si tratta di mettere i puntini sulle i nella distinzione tra gelataio e gelatiere, ma non sfoderare lo stesso rigore e la stessa precisione quando si tratta di battere uno scontrino su cui lo Stato (cioè noi) incassa un'imposta, con cui (in teoria) provvede a servizi e infrastrutture per il Paese.
Forse questa volta ci siamo davvero indignati a casaccio.

sabato 23 dicembre 2017

IL POVERO CANNAVACCIUOLO PERSEGUITATO DAI NAS



Non c'è che dire, questa volta i Nas hanno davvero superato il limite!
Arrivati a tradimento nel nuovo bistrot torinese di Antonino Cannavacciuolo, ai piedi dell’esclusiva collina torinese, si sono talmente accaniti con pignoleria pretestuosa sul locale del povero giudice di Masterchef - sicuramente solo per portare a casa il risultato -  da fargli venire la voglia di andarsene, non si sa bene se da Torino o dall’Italia intera, mollare tutti gli affezionati clienti e darsi alla vita contemplativa. 
D’altronde, sono sempre più numerosi gli chef che minacciano di lasciare i patri lidi, chi per l’esito di un referendum, chi per una visita dei Nas, al punto che una sciagura simile dovrebbe essere annoverata tra i maggiori rischi del pianeta assieme ai passatempi nucleari di Kim Jong- un o ai giochi di guerra di Putin e co.
E d’altronde, il buon Cannavacciuolo ha ragione da vendere: cosa mai avranno trovato i Nas da fargli venire la voglia di andarsene dall’Italia? Mancavano gli asterischi vicino agli alimenti surgelati? E che vuoi che sia, pure nelle  trattorie più infime succede, e non si è mai lamentato nessuno. E poi, lo chef ha dichiarato che in effetti l’asterisco era sì solo al fondo del menù, e non vicino alle portate come dovrebbe essere per legge, ma è stato uno sbaglio “in buona fede”. La buona fede sana tutto, bastava una tirata d’orecchie e una reprimenda, invece sono partite le denunce per frode in commercio. Che inutile accanimento, ai danni di un povero ristoratore.
Ma tutta quella pasta surgelata, già bella pronta e condita, anche lei finita nel congelatore insieme a carpe e zucchini? Possibile che finisse pure lei, previo passaggio in forno, sulla tavola degli ignari clienti?  Assolutamente no, risponde sdegnato lo chef, quella “ce la mangiavamo noi, era un uso personale”. Uso personale, quindi perfettamente legale, principio traslato direttamente dal consumo di hashis e marijuana e applicato allo spaghetto allo scoglio. E poi “il cibo buono non si butta”, sentenzia eticissimo lo chef campano, e quindi i Nas, invece di tirar giù verbali a casaccio, avrebbero dovuto apprezzarne lo slancio ecologista e anzi, magari congratularsi con lui per la sua encomiabile iniziativa.
E che dire poi della materie prime non tracciate, o meglio non ancora registrate? “Semplicemente non sono state riscritte le schede dei singoli fornitori sui registri del ristorante. Evidentemente, negli ultimi tre giorni, nessuno ne aveva avuto ancora il tempo». Oh, ma vuoi smetterla con ‘sti cavilli burocratici che noi qui stiamo a lavorare e non abbiamo tempo da perdere, altro che stare lì a menarsela e mettersi a scrivere se il pesce viene dal mar Ligure, dal Lago Maggiore oppure dal Mekong!
Insomma, tutto un errore, tutto un qui pro quo: a fronte di queste minuscole inezie, conclude amareggiato lo chef, sarebbe bastato “avvertimento, un “non lo fare più”,  una pacca sulle spalle”.  Invece sono partite le denunce.  Ma chissà, se magari la prossima volta il buon Tonino offrirà ai Nas un po’ di pasta surgelata “, di quella buona,  per uso personale” sorvoleranno su tracciamenti e asterischi, e finirà tutto a taralluci e vino. Naturalmente, anche questi surgelati.


giovedì 9 novembre 2017

I GENITORI NON PAGANO? I FIGLI A PANE E OLIO: GIUSTO INDIGNARSI?



Allora, ha fatto tanto scalpore il fatto che la sindachessa di Montevarchi, Arezzo, abbia in questi giorni deciso di “lasciare a pane e olio” i bambini di una scuola  comunale in quanto i genitori, morosi da un pezzo, avevano bellamente ignorato decine di avvisi e solleciti di pagamento arretrati del servizio mensa continuando a far usufruire del servizio i loro pargoli come se nulla fosse.
Dopo tutti i tentativi andati a vuoto, l’amministrazione comunale ha deciso che ai bimbi delle famiglie morose fosse servita solo una fetta di pane con un po’ d’olio, la “fettunta”,  a fronte del mancato pagamento delle famiglie,oltreutto, riportano erroneamente alcuni, facendo accomodare i bambini in un tavolo separato, il cosiddetto “tavolo della vergogna”.
Ora, è chiaro che quando si toccano bambini e animali, al giorno d’oggi l’indignazione di bassa lega nonché i buoni sentimenti modello libro Cuore siano d’obblio, ma se ci si prendesse la briga di analizzare meglio la cosa si scoprirebbero diverse cose. Innanzi tutto non esiste nessuna gogna, nessun tavolo della vergogna: i bambini sono fatti accomodare assieme agli altri o, al limite, ai tavoli dove siedono quelli che si portano il pranzo da casa. Nessuna vergogna, nessuna discriminazione, solo la voglia di alcuni di cavalcare l’indignazione per acchiappare click e visibilità gratis.
Due, è vero, ai bambini è servito pane e olio. Ma è anche vero che le famiglie in questione non sono quelle meno abbienti,  a cui invece il pasto  è assicurato, riferisce il sindaco, ma famiglie abbienti, che semplicemente si “dimenticano” di pagare la mensa ai figli, col risultato di spalmare il costo su quelli che già pagano, e che magari sono meno abbienti di loro.  Inoltre, è da tenere presente che le mense non cucinano “a muzzo”, ma in base ai paganti: se ci sono utenze in più, il risultato sarà sempelicmente che non ci sarà cibo per tutti, con la conseguenza di dover, per poter servire tutti, ridurre le razioni  a coloro che giustamente pagano la loro retta. Risultato? Proprio per non privare gli aventi diritto del pasto completo da questi pagato ma non lasciare nemmeno i bimbi di genitori scellerati a bocca asciutta, si è pensato di fornire loro ugualmente un pasto, ma economico se pur salutare: pane e olio.

Certo, è vero che i pargoli nulla possono della scempiaggine di chi dovrebbe prendersi cura di loro, ma è anche vero che quando tutti le altre opzioni legali e amministrative vanno a vuoto, non rimane che la sospensione dell’erogazione del servizo, cosa che in questo caso non è avvenuta, ma solo ridimensionata sotta forma di pane e olio. Chi si scandalizza del comportamento della sindaca che lamenta un buco di 500.000 euro per pasti non pagati da famiglie abbienti, dovrebbe forse far mente locale e pensare che il cibo non è gratis, e che il loro comportamento da furbetti va a ledere tutta la comunità. Si fa presto a indignarsi contro lo stato bieco e affamatore, meno contro quei genitori che pretenderebbero di scaricare costi a cui sono perfettamente in grado di far fronte  sui soliti cretini paganti.  Pane e olio non sono arrosto e patate, ma non è nemmeno il nulla assoluto. A volte, prima di indignarsi, occorrerebbe riflettere.

mercoledì 8 novembre 2017

L'AMERICA SI FA "GREAT AGAIN" ANCHE MANGIANDO HAMBURGER





Ammiro Trump.
Mi piacciono i suoi modi diretti e il suo orgoglio nazionale, le sue idee sulla politica interna ed estera, la coerenza con quanto promesso in campagna elettorale e me ne frego dei radical chich che lo considerano poco più di letame e che, soprattutto, considerano alla stessa stregua anche i suoi sostenitori, compresi quelli che lo denigrano alla luce del sole per poi votarlo nel segreto dell’urna.
Il suo motto, “make America great again” non mi sembra da meno del tanto osannato “we can” obamiano e, per finire, mi piace la personale idea di alimentazione corretta.
Anche all’estero.
Recatosi nei giorni scorsi in visita in Giappone, Trump ha orgogliosamente snobbato sushi e sashimi per dedicarsi ai più familiari e rassicuranti hamburger e bistecche.
A cena con il primo ministro giapponese Shinzo Abe, Trump e signora si sono rifocillati con scaloppine Hokkaido alla griglia, bistecche e sundae al cioccolato, come riportato da Bloomberg, facendo pure salire le quotazioni della catena di ristoranti in qustione del 7% nel giro di un giorno. Non pago, recatosi al campo di golf, il presidente americano si è sbafato un succulento hamburger, confezionato appositamente per lui da una nota catena di hamburgerie e fatto esclusivamente con manzo americano. Gusti personali, certo, ma anche un modo per ribadire l’orgoglio di essere americano: io sono americano, diceva l’hamburger di Trump. Un nazionalismo, che in questi tempi di globalizzazione impostaci in ogni modo e di politically correct portato all’estremo, può suonare fuori luogo per qualcuno. Infatti, i commenti sui social si sprecano, da chi lo accusa di cafonaggine e mancanza di rispetto verso il Paese ospitante (dimenticandosi che probabilmente nessuno si sarebbe scandalizzato se al primo ministro giapponese in visita in America fossero stati offerti pranzi basati sulla sua cucina d’orgine) a chi ricorda che il correttissimo Obama, in analoga occasione, si era buttato su sushi e cibi tradizionali, ma anche chi lo sostiene e ne fa notare la coerenza: nel 1990, non ancora Presidente e recatosi ugualmente in Giappone, Trump aveva fatto sapere che “non vado certo lì per mangiare del fottuto pesce crudo”. E ora, a quasi vent’anni di distanza, Trump la pensa ancora così. Quale altro politico avrebbe la stessa ferma coerenza?

venerdì 27 ottobre 2017

DIVENTA PROTAGONISTA: e la rabbia radical chic esplode




Allora, sta facendo discutere in questi giorni l’adozione di un sussidiario, presso alcune scuole elementari, che è stato protamente definito razzista, discriminatorio e ricoperto di insulti dalla maggior parte della platea radical chic, etica, politically correct e pure - perchè no - vegana, in relazione ad alcuni passi in tema di immigrazione. Inoltre, il sussidiario, riportante in copertina un bambino occhialuto e vestito a mo’ di ingegnere edile e una bambina che trasporta un vaso in testa come un’antica ancella romana, è stato pure tacciato di bieca discriminazione di genere. Persino il titolo del libro, “Diventa protagonista”, è stato visto da alcuni come un insano incitamento alla competizione e alla voglia di primeggiare, invece che come uno sprone a porsi in modo proattivo e propositivo di fronte alla realtà che ci circonda, ponendosi quindi come parte attiva invece di essere semplici spettatori-fruitori.
Ma tornando alle frasi definite “razziste” rispetto all’attuale fenomeno dell’incontrollata immigrazione di massa, i passi incriminati sono stati questi: ''È aumentata la presenza di stranieri, provenienti soprattutto dai paesi asiatici e del Nord Africa. Molti vengono accolti in centri di assistenza per i profughi e sono clandestini, cioè la loro permanenza in Italia non è autorizzata dalla legge. Nelle nostre città gli immigrati vivono spesso in condizioni precarie: non trovano un lavoro, seppure umile e pesante, né case dignitose. Perciò la loro integrazione è difficile: per motivi economici e sociali, i residenti talvolta li considerano una minaccia per il proprio benessere e manifestano intolleranza nei loro confronti''. 
Ecco, queste poche, semplici frasi hanno scatenato un putiferio, plateee di ignoranti politacally correct hanno tacciato il libro di nefandezza in quanto identificherebbe ogni immigrato come un “clandestino”, nonostante si legga chiaramente che “molti” di essi sono clandestini, ovvero privi dei requisiti legali per arrivare e sostare sul territorio nazionale, e non “tutti”. Considerando che circa il 60% dei richiedenti asilo non possiede i requisiti necessari, la frase risulta quindi perfettamente corretta, sia come forma che come sostanza.
Eppure, nonostante questo, c’è stata una vera e propria levata di scudi contro il testo in questione, reo, secondo alcuni - tra cui anche noti professori che hanno evidentemente più dimestichezza con Facebook che con la lingua italiana – di istigare alla violenza contro gli immigrati, facendo “apologia” di non si sa bene quale crimine contro i profughi, tesi ad esempio portata avanti in data odierna dalla giornalista Monica Gentili, che con Alessandro Milan conduce un programma radiofonico mattutino su Radio24.
Allora, se l’italiano e la consequenzialità dei periodi non sono un’opinione, dire che “molti” immigrati non sono in regola con la normativa nazionale non è un errore né un inno alla discriminazione razziale, bensì la pura verità. Il fatto che “molti” richiedenti si trovino in questa condizione non significa che lo siano tutti, e chi afferma il contrario lo fa a ragion veduta e con chiaro intento di sollevare gli animi dei semplici.
Il “diventare protagonisti”, come suggerisce il titolo, non significa sottomettere l’altro, voler primeggiare a tutti i costi o porsi in situazioni di superiorità, ma semplicemente di avere quell’atteggiamento razionale e proattivo che ha portato la nostra civiltà alle attuali conquiste tecnico-scientifiche e quindi all’attuale benessere
E la bambina vestita da ancella? Beh, piaccia o no, nel passato questa figura è esistita, e voler leggere in questa immagine una “discriminazione di genere”, sinceramente, mi sembra una grande forzatura giusto un filo strumentale.
Oh, ragazzi, ma datevi una calmata! Essere buonisti, etici e radical chic è sicuramente molto trendy, popolare e forse vi può fornire un lasciapassare per i “salotti buoni” delle vostre conoscenze. A patto però di non oltrepassare certi limiti e sconfinare nel ridicolo. E in questo caso, tali limiti si sono ampiamente superati.

martedì 5 settembre 2017

PER I NORVEGESI I CANNOLI SICILIANI SONO "I DOLCI DELLA MAFIA"



"La pistola lasciala. Pigghiati i cannoli!"
E’ questa una delle più famose scene de “Il Padrino” in cui, dopo aver ammazzato un poveraccio nell’abitacolo della propria auto, uno scagnozzo malavitoso porge il pacchetto di dolci appena acquistati al complice che se ne sta andando: peccato sprecare tanto ben di Dio.
Ed è probabilmente questa la scena che i norvegesi avevano in mente quando hanno riportato, sul sito della TV nazionale, la ricetta dei famosi dolci siculi presentandoli come “I dolci della mafia”.
Una trovata sicuramente d’effetto per catalizzare l’interesse su uno dei dolci più rappresentativi dell’isola, quei cannoli che tutti noi, mafiosi o no, ci godiamo con sommo piacere soprattutto quando abbiamo la fortuna di poterli assaporare in loco, fatti come Dio e tradizione comandano, ma che, in mancanza, riusciamo ormai comunque a trovare anche nelle nostre maggiori metropoli, in versioni comunque (a volte) oneste e discrete.
Ed è forse proprio questo, in realtà, il nocciolo della questione: nei patrii lidi, nella nostra Italia, da Torino a Cagliari, da Bergamo a Cosenza, non abbiamo alcun bisogno di definire i cannoli con qualche appellativo che li specifichi maggiormente: per noi sono “i cannoli” e basta o, al limite “i cannoli siciliani”, per distinguerli da quelli, più diffusi nel nord Italia, fatti di pasta sfoglia e ripieni di crema pasticciera o zabajone.
Invece - paese che vai, usanza che trovi – per i norvegesi i nostri amati cannoli siciliani sono semplicemente “i cannoli della mafia”. 

Inutile stracciarsi più di tanto le vesti, inutile gridare “allo scandalo” ogni volta che il nostro Paese viene in qualche modo associato al solito stereotipo “pizza, mafia e mandolino”. Così è, lo sappiamo ed è inutile ogni volta farne un dramma nazionale.
Se ne faccia una ragione anche il lettore del Giornale di Sicilia che, scovando “l’insolita” accoppiata Italia-mafia, o meglio cannoli-mafia, non ha potuto trattenere l’indignazione contattando senza indugio l’ambasciata italiana a Oslo, da cui, peraltro, al momento non ha ancora ricevuto risposta.
Certo, rimane comunque l’evidenza di un titolo di dubbio gusto, un modo discutibile per attirare l’interesse degli utenti, ma soprattutto il disappunto per un appellativo che non rende giustizia ai croccanti involucri di pasta farcita di morbida crema di ricotta, soprattutto per il suo valore limitativo: i cannoli siciliani sono graditi a tutti in tutta la penisola e fuori, ricchi o poveri, giovani o anziani, onesti e delinquenti, mafiosi o camorristi, senza distinzione di sesso, razza, religione né, tantomeno, di tipologia di associazione a delinquere.

venerdì 11 agosto 2017

LA FOCACCIA LIGURE E' MORTA E SEPOLTA, E ORA SI FA CON LO STRUTTO. STRUTTO? STRUTTO???



Ah, che bontà, che delizia, che beatitudine infinita la focaccia ligure. Morbida, fragrante, magari pure bella calda appena uscita dal forno, se sei fortunato, e con quei begli “occhi” chiari e unti, dove l’impasto è più crudo e l’olio di oliva si unisce voluttuoso all’impasto ancora morbido.
Sembra persino impossibile che una tale squisitezza sia frutto di soli quattro ingrendienti in croce: farina, acqua, lievito, sale e olio d’oliva, (ok, sono cinque) meglio se extravergine e ancor meglio se ligure
E infatti, non è così.
Alla ricetta classica, tipica e tradizionale ligure ormai infatti è d’obbligo inserire un sesto elemento.
Lo strutto.
Strutto, sì.
Il bianco grasso di porco che ormai ha preso dimora stabile presso la focaccia genose, o ligure che dir si voglia. Fateci caso: forni e panetterie espongono (quasi) tutte, come d’obbligo, la lista degli ingredienti, e in ogni panetteria ligure, dal ponente al levante, da Imperia a Genova troverete il magico sesto elemento: strutto.
Ma la focaccia, la focaccia ligure, non dovrebbe contenere solo olio di oliva, che c’entra lo strutto, ma perché, ma quando è iniziata ‘sta deriva?
Con questa domanda mi sono rivolta  a un conoscente che ha un panificio a Vado ligure, ridente cittadina vicino a Savona, e la risposta è stata semplice. Innanzi tutto mi è stato confermato che 1) sì, la vera focaccia ligure lo strutto non dovrebbe vederlo manco da lontano 2) in realtà, tutti i fornai ne fanno uso, in quantitativi oltreutto industriali, e infatti farina e acqua vengono letteralmente impastati insieme a vagonate di strutto 3) perché? Semplice: lo strutto pare avere diverse qualità: non solo è gustoso, e dà un particolare aroma alla focaccia, ma soprattutto serve a rendere l’impasto più morbido e,  una volta cotto, a dar luogo a un prodotto che rimane soffice più a lungo: in  parole povere, una focaccia senza strutto, se non magistralmente eseguita, rischia di essere più asciutta e oltretutto di seccare velocemente. Lo strutto, eviterebbe in parte tutti questi sgradevoli effetti collaterali (il condizionale è d’obbligo in quanto non solo non sono un’esperta di focacce,  e quindi come me l’han venduta così la riporto, ma disgraziatamente nemmeno una scienziata, quindi non so effettivmante come le molecole che compongono lo strutto, che è un grasso solido a temperatura ambiente, come il burro, si comportino rispetto a quelle che si trovano  nell’olio).

Detto ciò, fateci caso: se siete in Liguria, andate in giro per panifici, osservate la lista degli ingredienti, oppure chiedete al fornaio, e rassegnatevi: quel gusto lì, sì, proprio quello lì che vi piace tanto, è dato per la maggior parte dallo strutto. Per me, nessun problema, se non il rammarico di non poter gustare, nemmeno nella patria di origine,  una vera focaccia ligure come Dio comanda e come da ricetta tradizionale. Per vegani e vegetariani, invece, la faccneda si complica, e saranno posti di fronte a un’ardua scelta: o cambiare religione, oppure rinunciare per sempre alla focaccia. Quella ligure, ovviamente.