lunedì 24 aprile 2017

ANCHE PER REPORT IL FOOD E' LA GALLINA DALLE UOVA D'ORO



E così anche Report ha capito che il mondo del cibo è la classica gallina da spennare.
Anche Report ha ormai capito l’antifona,  ha appurato che  il mondo del food, degli chef stellati, della critica gastronomica, delle foodblogger  e tutto ciò che riguarda il cibo ormai tira da matti, che basta annunciare una puntata sull’argomento che subito si genera una aspettativa fuori dal comune, seguita a ruota da ascolti record e grande spazio sui media per almeno una settimana di fila.
E così, dopo la prima “clamorosa” inchiesta sul mondo della cucina in cui abbiamo scoperto con raccapriccio  che gli chef non pagano il formaggio che pubblicizzano e che i giovani di bottega, vale  a dire i giovani che fanno pratica nelle cucine dei ristoranti, sono vessati e spremuti esattamente come succede da sempre ai loro omologhi che vanno a far pratica negli studi dei commercialisti o degli avvocati, ecco che un’altra, clamorosa e sensazionale puntata si va ad aggiungere al carniere delle inchieste di Report dedicate al cibo e ai suoi protagonisti.
Ma cosa mai potrà dirci  Bernardo Iovene che già non sappiamo e che sia di dominio pubblico, in questa puntata dedicata al mondo delle foodblogger e della critica fai-da te su Tripadvisor? Che oramai le food-blogger -  “le”, perché la maggior parte sono appartenenti al gentil sesso  -  son diventate come il prezzemolo,  e nonostante le modeste basi culinarie  ormai sono corteggiate da tutti e te le vedi sbucare ovunque,  peggio di Alba Parietti o Selvaggia Lucarelli, a pontificare, discettare e dire la loro su argomenti, vale a dire la cucina, che spesso non conoscono o conoscono a livello amatoriale?  Oppure prenderemo atto che  l’opinione di una food-blogger  è diventata più determinate di quella del Papa e che gli chef fanno letteralmente a gara per caricarle tutte su degli appositi pullman verso il  proprio locale, dove omaggiarle di un pasto gratis in cambio di una recensione favorevole sul loro pregiato blog?  Oppure anche che ormai non si chiamano quasi più “food blogger”, termine desueto  che rimanda troppo a pentole e pignatte, e che ora il termine appropriato  è “food influencer”? Oppure si parlerà delle critiche farlocche su TripAdvisor, delle società che vendono false  recensioni positive a pacchetti di centinaia, e di tutto il circo che gira attorno al portale della critica fai-da te, di cui ormai si è già scritto di tutto e di più? O ancora scopriremo che i social fanno reddito, che una foto ben piazzata su Instagram rende più della pubblicità su una intera pagina di un quotidiano e che farsi fotografare accanto al vip di turno fa salire le quotazione di cuochi e locali  - assieme alle prenotazioni - in modo vertiginoso?
Al momento, dal breve trailer che è comparso in rete, dove si vede Sonia Peronaci che racconta i suoi esordi  a base di ricette di carbonare e lasagne e  un rappresentate di Trip Advisor che afferma che la  diffusa  pratica della vendita di recensioni false a nastro è illegale in ogni Paese, non  ci è dato di sapere di più.

Ma una cosa la sappiamo. Ora abbiamo veramente la certezza che il food è diventato una grande mucca da mungere. Per tutti. Anche per chi, tempo addietro, si dedicava a ben altro tipo di giornalismo e  non si limitava a cavalcare l’onda del momento.

MERENDINE CONFEZIONATE? MACCHE', ORA LA COLAZIONE SI FA COL CIAMBELLONE DELLA MAMMA!



C’era una volta il pane.
Secco, raffermo, avanzato dai giorni prima, ma che bagnato in una tazza di latte caldo, magari  insaporito con  un goccio di caffè, costituiva  un gradito appuntamento mattutino, una colazione semplice e confortante con cui iniziare bene la giornata.
Erano gli anni ’50, gli anni del dopoguerra, in cui mulini e crostatine erano ancora ben lungi a venire, e la prima colazione era costituita principalmente da una tazza di latte e da qualche avanzo del giorno prima, soprattutto salato, primo fra tutti il pane.
Chi non è più giovanissimo ricorda ancora quelle grosse fette di pane casareccio che, intinte nel latte caldo, creavano quel piacevolissimo contrasto tra il sapido del pane e il dolce del latte, e che facevano iniziare la giornata con la giusta dose di entusiasmo.  A  volte, c’erano anche delle fette di torta o di biscotti preparati dalle mani esperte  di mamme o nonne, dolci semplici, senza pretese,  ma che costituivano una gradita variazione rispetto al classico pane. 
Poi, sono arrivati i favolosi Sixties, gli anni Sessanta, con l’esplosione dell’industria, quella alimentare compresa, e la conseguente cornucopia di  prodotti che hanno cominciato a invadere prima i piccoli negozi e poi gli scaffali di supermercati e ipermercati.    
E da quel momento  biscotti, brioches, crostate e merendine hanno letteralmente invaso le nostre tavole della prima colazione, arrivando negli anni’80 ai cereali da colazione, con il loro fascino americano, e il vecchio pane vecchio è andato definitivamente in soffitta.
Ad oggi, la colazione è un rito prevalentemente asettico e efficiente: ci ingozziamo alla veloce, prevalentemente di biscotti, con cui tracanniamo altrettanto velocmente un bicchiere di latte o di tè, con la stessa, asettica efficienza con cui ci rechiamo del benzinaio per rifornire di carburante la nostra vettura: nutriamo letteralmente il nostro corpo, gli forniamo cioè l’energia per iniziare la giornata, buttarci nel massacrante tour figli-a-scuola-coda-in-auto-e-ufficio e cominciamo così la solita, frenetica giornata di lavoro.
Benzina, è diventata la prima colazione, propellente asettico per immagazzinare energia, ben  lontana dall’antico rito della colazione come momento di serenità con cui iniziare la giornata.  E d’altrone, nessuna mamma e nessuna nonna hanno più avuto il tempo di mettersi lì a preparare ciambelloni o crostate, le mamme fiondate in ufficio per tutta la giornata, e le nonne sempre più impegnate in palestra o in giro per musei nel (vano) tentativo di arginare il tempo che passa.
Ma ora, pare che pane, biscotti e ciambelloni manufatti stiano prendendosi la giusta rivincita su mulini colorati e merendine incellofanate: secondo una recente ricerca Nielsen, infatti, così come riportato da Repubblica, nel giro  dei quattro anni esaminati – dal 2013 al 2017 -  biscotti e merendine confezionate  hanno perso ben il 10% del loro fatturato, vale a dire  circa  mezzo miliardo di euro complessivi.  In compenso sono raddoppiate le percentuali relative al consumo dei cibi "sani", come frutta, yogurt o fette biscottate, ma soprattutto si torna  a  riti antichi, come preparasi pane e biscotti in casa (o anche le fragranti "brioches col tuppo"), ritagliandosi scampoli di tempo alla sera o durante le feste.

E la ricerca Nielsen non fa altro che registrare tale andamento: un  ritorno di massa a cibi semplici, casalinghi, meno perfetti ma percepiti come più “sani e genuini” solo in quanto confezionati in casa dalle nostre manine. Dimentichi del fatto che anche gli ingredienti con cui con  tanto amorevolmente prepariamo le nostra torte  casalinghe, a partire dalle farine per finire con burro, olio,  zucchero o marmellate ci arrivano anche loro  proprio da quella “malsana”  industria alimentare da cui tanto vorremmo scappare.

Crediti: Repubblica. Foto: Al caffè de la paix

domenica 23 aprile 2017

FINALMENTE QUALCUNO CHIARISCE CHE NO, LA PIPI' DI CANE NON E' PIPI' SANTA!




Finalmente.

Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di chiarire che no, per quanto ormai titolati a entrare in supermercati, chiese e ospedali, non tutto è ancora concesso ai cani a  ai loro padroni.
Qualcuno si è preso la briga di ribadire che  contrastare lo schifo su cui camminiamo ogni giorno per strada, tra escrementi solidi, liquidi e mix dei due, è ancora possibile,   e che voler bene ai cani non ha nulla a che vedere con il rispetto che i loro egregi padroni dovrebbero avere  per il prossimo nonché per la cosa pubblica, vale a dire  strade e marciapiedi, che appartengono a tutti, anche a coloro che un cane non ce l’hanno, che nemmeno desiderano averlo e che detestano fare lo slalom tra cacche e liquami vari -  portandosene comunque  inevitabilmente una bella dose sotto le suole delle scarpe, per quanto invisibile, e da lì direttamente in casa - , senza parlare poi di beni privati come ruote di auto, di biciclette o muri  di edifici.
Due rappresentanti della forze dell’ordine di un paese in provincia di Verona, sul lago di Garda, hanno infatti osato infliggere una  multa ai padroni di due cani che avevano fatto pipì contro un cestino per strada, come riportato da La Stampa, senza preoccuparsi   minimamente di diluire prontamente il liquame del loro adorato fido con una bella dose di acqua, che tutti i padroni di cani dovrebbero portarsi dietro  nell’eventualità,  per nulla remota, che il loro amico a quattrozampe decida di fare pipi contro i muri o contro la carrozzeria delle altrui vetture.
E qui apriti cielo!
Sui social si è scatentata la solita bagarre conto i biechi dispregiatori dei cani, rei di non voler lasciare  le adorate bestiole libere di  espletare i loro bisogni dove loro più aggrada,  a cui si è unita la voce della nota opinionista Rita Pavone che osserva che nelle nostre civilizzatissime città c’è gente che “defeca in piedi” e che quindi a  maggior ragione  sarebbe titolato Fido a fare i suoi bisogni per strada, appartenendo al regno animale. 
Peccato che i padroni delle suddette bestiole però non appartengano al regno animale, e che ci si aspetterebbe da loro un comportamento come minimo più urbano e civile. Certo, i  cani sono animali, e fanno i loro bisogni dove glielo si permette, ma questo non signifa che il padrone non possa dirigerli o distorglieli da certi luoghi: non per nulla non solo si fa riferimento all'art. 639 del Codice Penale per l'imbarattamento di cose altrui, ma esiste anche una pronuncia della Cassazione del 2015, la n. 7082, che ha stabilito che i padroni dei cani possono essere ritenuti responsabili di “imperizia e sciatteria” nella conduzione del cane, permettendogli di imbrattare senza problemi auto e muri di edifici, ed è la stessa pronuncia che stabilisce come debbano essere i padroni stessi non solo a provvedere all’asportazione dei prodotti “solidi” ma anche ad una pronta  diluizione della pipì - nel caso non si sia riusciti a distogliere il cane dalle altrui vetture o beni -  con abbondante  acqua.
E ora io mi domando: avete mai visto uno, dico UN  padrone di cane che si sia mai degnato di portarsi dietro una bottiglia di acqua per sciacquare le auto altrui dalla pipì del suo protetto? E quanti sono quelli che utilizzano regolamente paletta e sacchetto? L'unica che tutte le mattine esce con una bottiglia di acqua in mano, oltre a pargolo e zaino e con una notevole dose di improperi verso i cani e i loro padroni, è la sottoscritta. 
La realtà  quotidiana infatti è purtroppo costituita da giardini e parchi cittadini trasformati in latrine a cielo aperto  inondate di bisogni dei cani, quegli stessi parchi che non solo espongono all’ingresso il divieto di entrata per i  quattrozmape, ma che spesso sono anche attrezzati con una apposita area protetta tutta per i cani, ovviamente puntualmente deserta: e che è, vuoi levare al tuo cane il piacere di fare i bisogni dove poi ci giocheranno i bambini degli altri, e soprattutto vuoi guastarti la passeggiata serale con  il tuo cane portandoti dietro paletta, sacchetto e pure bottiglia d’acqua a per sciacquare la sua pipì? Ma va, ma dai, ma figurati un po’: è tanto bello vivere così, sereni, felici, “nature”, dove tutti fanno quello che vogliono, i cani cagano nei parchi e  i bambini subito dopo si rotolano in quella stessa erba, un mondo gioioso dove i cani  prima annusano   il didietro dei propri simili  nonchè ogni  singolo angolo di strada dove un loro simile abbia già espletato i propri bisogni  e subito dopo   infilano  decisi il muso,  fino alle orecchie, negli scaffali dei piani bassi dei supermercati, dove ormai sono ospiti fissi e graditissimi – vuoi mica lasciarli soli soletti legati vicino alle casse, eh,  e che sono, bestie? -,  leccando con avidità i  pacchetti ivi presenti e che poi tu magari acquisterai e metterai in dispensa, magari tra i biscotti e i biberon per i pargoli,  e sotto gli occhi compiaciuti del padrone di turno (delle presente scenetta sono diretta testimone)?

In questo panorama desolante la multa per la pipì di cane appare come un ultimo barlume di buon senso, civiltà e rispetto verso chi, pur amando i cani, non ne possiede uno e soprattutto non ama essere attorniato dai loro bisogni non rimossi o puliti da padroni incivili.  Barlume che sembra destinato comunque a rimanere isolato e solitario, in un mondo dove c’è chi dice che se gli umani sporcaccioni fanno i bisogni per strada, tanto vale che lo facciano pure i cani, in una gara di civiltà che non prevede nessun vincitore, nessun premio e nessuno oro o argento per nessuno: solo tanta cacca per tutti.
E' il  progresso, bellezza.



Ah, e per i cani negli ospedali? E io che sono allergica? E io che ne ho solo paura? E io che semplicemente non voglio aver cani tra i piedi in un posto dove magari sto pure male?  Ho qualche diritto, io, che non sono un cane ma un semplice essere umano? 
Beh, questo è un altro post.

Crediti: immagini da "Tipresentoilcane.com"

martedì 18 aprile 2017

CIOCCOLATO LINDT? NO, LA LUISA: ATTENZIONE ALLE IMITAZIONI!



E poi non ditemi che sono malpensante e infingarda, perchè in questo caso penso che  nessuno potrà darmi torto.

Ma facciamo un po' di ordine. "Me ne andavo al mattino a spigolare", o meglio, me ne andavo un pomeriggio tranquillamente a fare la spesa un un supermercato Pam di medie dimensioni, dove far rifornimento, oltre che dei soliti cibi basici di cui purtroppo non si può fare a meno, vale a dire verdure, legumi e altre  cose sane varie, anche della consueta  coccola che anche qualsiasi supermercato  può offrirci, vale a dire del buon cioccolato. Non so il Lindt possa considerarsi o no un cioccolato "gourmet" o da intenditori,  fatto sta che a me, tra tutti i cioccolati da super, è quello che piace di più e quello che considero di più alta qualità, nonostante la sottoscritta non possa certo definirsi  "gourmet" ma  una semplice golosa da quattro soldi, o meglio da supermercato. Prova ne è anche il fatto che, a dispetto di tutti coloro che si reputano dei veri intenditori dell'antico cibo degli dei, preferisco  il morbido e rassicurante cioccolato al latte, piuttosto che il duregno e amaro cioccolato fondente. Ma tant'è, anche noi poveracci del gusto abbiamo licenza di vivere e di approvvigionarci dei cibi, rigorosamente non gourmet, con cui siamo soliti riempire le nostre fauci vogliose.
Detto ciò, dicevo, entro nel supermercato a fare la mia solita spesa e, complice la solita fretta che nel mio caso molto spesso si chiama affanno, chiappo il mio solito cioccolato Lindt al latte nella solita scansia, nel solito posto nello scaffale dove sono abituata a prenderlo. E lo metto nel carrello.
Ma... certo, di fretta sì, ma cretina no (non ancora, cioè).  
Mentre faccio volare la tavoletta nel carrello strapieno, noto qualcosa che non quadra. 
Prendo la tavoletta incriminata, me la metto davanti agli occhi e guardo  meglio, munita di regolari occhiali con lenti progressive, chiaro segno dell'età che avanza.
E leggo.
"Cioccolato La Luisa".
E chi cz è, 'sta Luisa?
Guardo meglio.
E' vero, il cioccolato sarà pure di Luisa, santa donna, ma il carattere tipografico, il font utilizzato per scrivere il nome è lo stesso,  identico utilizzato dal cioccolato Lindt
E non solo. Anche il colore è lo stesso, vale a dire giallo dorato, e così è per lo sfondo, blu intenso. E non basta! Oltre ad essere il cioccolato "La Luisa"  provvisto di  quelle belle "elle" uguali uguali all'iniziale del Lindt, a fianco del nome compare pure un regolare stemma dorato,  in questo caso una corona, che ricorda anch'esso  quello del Lindt.
Rimango basita: il cioccolato  che ho frettolosamente messo nel carrello, non era Lindt ma una sua copia (im)perfetta!  Presa dallo sdegno, compro la tavoletta La Louisa per esaminarla, e assaggiarla, con calma a casa, per scoprire che magari, chissà,  è una sottomarca della Lindt, una sua novità, insomma, qualcosa di riconducibile alla famosa casa cioccolatiera.
Niente di tutto ciò: la tavoletta La Luisa è prodotta dalla "Cocao srl" (sì, Cocao, non cacao: è "particolare" pure la ditta), con sede in Via Lago di Albano 16, Villa Adriana, Roma. Insomma, proprio un'altra cosa, un'altra ditta, un altro cioccolato ma tanto, tanto uguale, nel packaging, al Lindt originale!
Ma passato l'attimo di smarrimento per la clamorosa uguaglianza di confezione, passo poi ad esaminare  la lista degli ingredienti, che  appare comunque molto simile  a quella della Lindt, vale a dire zucchero, burro di cacao,  latte in polvere,  pasta di cacao e lecitina, proprio come quella dei migliori cioccolati, Lindt compresa. Noto cioè che  è presene il burro di cacao, e non gli altri grassi oggi consentiti dalla legge per produrre cioccolato a basso prezzo, tipo burro di Karitè o di noce di mango. E' cioè cioccolato vero, e non "surrogato di cioccolato".
Ma allora, sarà anche buono come quello della Lindt?
Assaggio senza preconcetti e a mente libera: se qualcosa è buono e merita, può chiamarsi Lindt, La Louisa, la vispa Teresa o come cavolo gli pare, io non non nessun problema a riconoscere la qualità.
Ma al mio palato inesperto, pare che i due prodotti siano fondamentalmente differenti.
Morale? Il cioccolato La Luisa non è il Lindt, anche se, e mi pare innegabile, gli vorrebbe tanto assomigliare.
E non ci sono caratteri dorati e coroncine che tengano: la qualità non si raggiunge con una semplice assonanza di nomi e con pratiche commerciali catalogabili come minimo come  aggressive e "spericolate".












giovedì 13 aprile 2017

L'INSOPPORTABILE TRACOTANZA DELLA PASTIERA NAPOLETANA



Da qualche anno a questa parte, si  sta assistendo, durante il periodo di Pasqua, ad un esecrabile  quanto inesorabile (mal) costume: l’impazzare su web e social di valanghe, di tonnellate, di camionate di pastiere napoletane, ormai assurte  a  solo, unico dolce pasquale nazionale, assieme ai due sempreverdi costituiti dalla classica colomba e dalle uova di cioccolata.
Non si sa bene in quale preciso momento sia nata questa tendenza uniformante della pastiera uber alles, ma di sicuro ha a che fare con lo sviluppo dei social e della mania di far dolci  a casa.  La pastiera, chissà perché, da quel momento è diventata ovunque, in Italia, simbolo di Pasqua, dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno e pure da Torino a Corfù.
Dappertutto, anche  in quelle regioni che, tradizionalmente, non solo non consumavano tutte ‘ste gran pastiere in questo  particolar periodo dell’anno, ma nemmeno durante tutti gli altri. 
Ma guai a dirlo. Se ti azzardi a dire che la pastiera non ti piace, che la trovi pesante, massiccia e che dopo due bocconate ti si pianta in gola peggio del parmigiano, sei subissato da vagante di insulti online non ultimo quello di "razzista", che ormai va bene per tutto, anche per le pastiere napoletane o i bonet piemontesi. Piazza lì un "razzista" in un discorso e in men che non si dica ammutolisci l'avversario
Forse questo dilagare della pastiera ha anche a che fare col fatto che da tempo tutti i supermercati si sono attrezzati per offrire comode confezioni di grano già cotto, solo più da  mescolare assieme agli  altri ingredienti per andare poi a formare il ripieno del dolce, regalando così la soddisfazione di esser riusciti a fare nella propria cucina un dolce considerato un tempo difficile da replicare in casa, anche solo per la mancanza di un ingrediente fondamentale, vale a dire proprio il grano cotto.
E comunque, lasciatemelo dire: la pastiera, non è che sia poi tutta ‘sta gran bontà e leggerezza.   A parte quella del buon Sal De Riso, che ne fa una versione leggera e “soffiata”, le pastiere ordinarie consistono in un semplice guscio di frolla ripieno di grano, assieme a uova e ricotta.  In pratica, come fosse un panino di pane, grano nella farina della frolla e grano dentro  il ripieno.
A me, e a diversi miei amici sinceri e obiettivi, non ha mai fatto impazzire. E non se ne fa questione  di campanili, di cucina migliore o  peggiore o di altre cose, ma solo di gusto.  La pastiera, per i suoi detrattori nelle cui file mi pregio di appartenere, è comunque pesante, massiccia,  e riuscire a mangiarne una fetta intera è ardua impresa.
Vuoi mettere con un pezzo di cremosa e fresca cassata siciliana, con la sua crema vellutata e  quel gusto di mandorle, di canditi, di fresca morbidezza  che l’avvolge tutta?

Ma la cassata, non si sa perché, non ha avuto la stessa fortuna  del dolce napoletano, a livello di dolce pasquale, e   tutta la massa  di pecore omaggia sua maestà la pastiera. Meglio. Molto meglio per gli happy few che potranno gustarsi le loro cassate  in beato e splendido isolamento.

(Nella foto, una cassata realizzata da me:  http://alcaffedelapaix.blogspot.it/2015/02/cassata-siciliana.htm

domenica 9 aprile 2017

NO, NON PUOI METTERTI A SPALMARE MARMELLATA IN UN CHIOSCO SENZA LICENZA. ANCHE SE SEI UNA MAMMA



Allora chiediamoci a cosa servono le regole se ci sono sempre dei buoni motivi per non rispettarle o per considerarsi legittimamente esentati dalla loro osservanza.
Sta facendo discutere il caso di un gruppo di mamme di Lallio, in quel di Bergamo, per essersi messe a spalmare marmellata su delle fette biscottate ai loro pargoli, che stavano partecipando ad un evento pubblico in un parco, e che si sono viste rifilare una multa da 1032 euro per irregolarità nella somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, come riportato dal Corriere di Bergamo.
Il loro misfatto è stato quello di aver pensato di dare una mano al gestore del chiosco, l’unico titolato alla somministrazione al pubblico, e  di fronte all’assalto di 200 bambini che reclamavano a gran voce la loro merenda a base di fette spalmate di marmellata, abbiano pensato bene di mettersi loro stesse a spalmare confettura a go-go, distribuendola la merenda ai piccoli affamati.
Peccato che un consigliere regionale, notando la cosa, abbia pensato bene di segnalare tale irregolarità alle autorità competenti che,  constatata l’infrazione non hanno potuto fare altro che comminare regolare multa alle operose mamme nella misura di 1.032 euro.
Il fatto è avvenuto nello scorso settembre, ma solo ora è stato reso noto sul blog dei genitori, ripreso dai maggiori quotidiani nazionali e rimbalzato migliaia di volte su tutti i social. E qui si è scatenata l’ira funesta dell’Italia tutta: contro il solerte consigliere comunale,  reo di aver fatto il suo dovere segnalando l’irregolarità, i commenti di dispregio si sono sprecati, a partire da quelli più ripetibili,  come idiota o imbecille, per finire con l’augurargli di espiare presto il suo peccato tramite una robusta corda al collo,  in una escalation di violenza  verbale e livore di un livello inconcepibile.
Al contrario, le povere mamme hanno raccolto la solidarietà di tutti, e hanno anche potuto pagare la multa tramite la solidarietà di enti, privati e associazioni varie,  che in poco tempo hanno racimolato la somma necessaria.
Di tutta questa storia, quello che stupisce è che non una persona, non un commento si sia levato a favore del rispetto di quelle norme che siamo i primi a invocare a gran voce quando ci fanno comodo. Nessuno che si sia fermato un attimo a pensare che se il legislatore prevede che per somministrare cibi e  bevande ci siano stringenti e rigide procedure da osservare, ci sarà ben qualche altro motivo oltre la "bieca burocrazia”,  additata come causa prima di tutti i mali del mondo, e che in questo caso questo “altro motivo” si chiami salute pubblica.
Cosa penseremmo se la mattina, andando dal panettiere, ed essendo questo  impegnato con altri clienti, uno di questi pensasse bene di andare dietro al banco per dargli manforte, tagliando e servendoci focaccia e  pagnotte? E se con quelle mani, solo cinque minuti prima, avesse magari pensato bene  di accarezzare il muso di un cane -che, come tutti sappiamo, hanno la simpatica abitudine di annusare per strada il didietro dei loro simili o  le loro deiezioni-  senza provvedere a lavarsele subito dopo? Che cosa sarebbe accaduto  se si fosse verificato anche solo il minimo incidente a qualcuno dei duecento pargoli, magari allergico alla marmellata di fragole? Chi avrebbe dovuto essere considerato responsabile, la mamma poco attenta del pargolo stesso, la mamma che ha spalmato e offerto la fetta della discordia  oppure il gestore, comunque responsabile oggettivamente dell’attività che a lui fa capo, pur non avendo materialmente spalmato la fetta incriminata?  
Quelli che si strappano le vesti  inveendo contro la bieca burocrazia  e a favore di un mondo semplice, immediato e senza regole, sono gli stessi che magari  ritengono corretto fare tranquillamente pic-nic in città su una pubblica aiuola con tanto di cestino di provviste, plaid e termos di tè caldo, gli stessi che ritengo corretto che il loro cane faccia i suoi bisogni nei parchi pubblici, incuranti che poi, in quegli stessi spazi, ci giochino dei bambini. E gli stessi che, che  in caso di incidente, si riempirebbero la bocca additando l’italico malcostume generalizzato di ignorare completamente norme e regolamenti.

Perché è chiaro che, nella loro mente, ad osservarli debbano sempre e solo essere gli altri.

Crediti: Corriere-Bergamo

venerdì 7 aprile 2017

E ORA IL PROFUMO DI ARROSTO E' REATO




Davvero pensavate che le molestie per antonomasia potessero ridursi a due palpatine sul sedere da parte del laido di turno quando  state scendendo dall’autobus insieme ad altre quintalate di carne umana?
Macché, aggiornatevi:  le vere molestie, quelle in grado di farvi letteralmente andare fuori di testa con la loro reiterazione, con il loro ripetersi giorno dopo giorno, inesorabili  come la sveglia mattutina e le code in macchina per andare al lavoro, possono essere ben più subdole, stressanti, invasive e  soprattutto continue.
Come il puzzo di  minestrone o di soffritto di cipolla che tutte le sante mattine che Dio manda in terra impesta la vostra casa non risparmiando il minimo anfratto, avvolgendovi dal bagno sino alla camera da letto in una odorosa coltre di nubi dal sentore di aglio e fritto di paranza.
E a infliggerivi tale supplizio all’alba di ogni mattina  non è il bieco vicino di sotto con cui avete aspramente litigato per sordidi  motivi di parcheggio o per il casino che vi arriva alla tre di notte, no, ma è la mite e placida signora che abita al piano di sopra, che già di buon mattino inizia a spignattare per l’allegra famigliola con le sane ricette della nonna che tanto sono sostanziose quanto odorose e aromatiche: aglio, cipolla, aromi e fritto sono un classico della cucina delle nonne e nessuno si è mai permesso di dire che il  loro odore non fosse più che gradito e invitante.
E così, il  vostro legittimo desiderio di godere del delicato ed esotico aroma del bastoncino d’incenso al ginseng spaparanzato sulla poltrona del salotto naufraga inesorabilmente, avvolto in una nube di fritto di pesce e polpettone ripieno.
Ma d’ora in avanti, le cose cambieranno. Grazie ad  una sentenza dei giorni scorsi della Corte di Cassazione, la 14467/2017, che ha condannato per la prima volta una famiglia- che continuava imperterrita a deliziare tutto il palazzo con le esalazioni delle propria cucina -  proprio per …odori molesti, o meglio per “molestie olfattive", un reato compreso nel concetto di “getto pericoloso di cose” di cui all'art. 674 del Codice Penale. Come non si possono gettare solidi potenzialmente pericolosi per gli altri, lo stesso vale quindi ora per puzze e odori vari, considerati delle vere e proprie molestie quando superino la normale soglia di tolleranza.

 Per arrivare al risarcimento del danno non occorrerà una perizia tecnica  ma il giudice potrà decidere in base al suo  personale convincimento  anche solo grazie a prove testimoniali o anche inviando semplicemente sul luogo del misfatto odoroso un perito del Tribunale, davanti a cui   ricreare la puzza lamentata per poter poi valutare se il fetore, o il profumino, potrà essere preso in considerazione  come “molesto” oppure se sarà da considerarsi nella norma. Augurandosi che  né giudice né perito  siano corruttibili  a suon di sformati e timballi, o anche soltanto ben disposti verso i lezzi di arrosti e cotechini.

Immagini: Ragusanews.